Carelia – Kizhi e l’arcipelago delle isole Solovki

Paolo Barsotto: giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia.

Testo e foto di Paolo Barosso. Il viaggio è organizzato da Rusoperator.

La Carelia è una Repubblica autonoma della Federazione Russa, confinante con la Finlandia a ovest e bagnata dal Mar Bianco a nord-est, che deve il nome all’antica popolazione dei Careli, di stirpe ugro-finnica, imparentata etnicamente con i Finni (Finlandesi), ma di fede cristiana ortodossa. Regina incontrastata del paesaggio di Carelia, alquanto uniforme nel suo andamento pianeggiante, è la taiga, con fitte foreste di conifere frammiste a betulle (ma anche ontani, salici, larici), che verso nord cede terreno alla tundra, con prevalenza di muschi, licheni e bassi arbusti.

La Carelia è disseminata di laghi, circa cinquantamila, derivati dal ritrarsi del grande ghiacciaio nordico, che circa 10.000 anni fa, durante l’ultima glaciazione, s’era espanso dalla Norvegia. Con l’addolcimento climatico, che segnò la fine dell’era glaciale, giunsero i primi abitatori, antenati dei Sami o Lapponi. Tracce di questo antico popolamento si ritrovano nei cosiddetti Seid o Seita, termine che designa la “divinità”, ma che allude anche al luogo fisico in cui l’entità dimora.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

La cascata di Kivach sul fiume Suna a nord di Petrozavodsk

Con questo nome si indicano infatti le grandi formazioni rocciose, trasportate in antico dai ghiacci, oggetto di saxorum veneratio (culto delle grandi pietre) come per i massi erratici piemontesi, ma anche manufatti creati dall’uomo, sia in legno (sculture, ceppi adoperati come altare), sia con le pietre, ammucchiate in forma di piramide o disposte sul terreno, in riva al mare o sulle sponde dei laghi, a disegnare labirinti più o meno complessi. E’ facile presumere che la grande roccia, imponente o di aspetto bizzarro, fosse considerata una porta per comunicare con l’ultraterreno e che piramidi e labirinti litici servissero a offrire una “dimora” fisica al genius loci, spirito o divinità, per tenere sotto controllo le forze soprannaturali e propiziarsene i favori attraverso offerte votive e sacrifici rituali di animali.

Nei pressi della località costiera di Belomorsk, sul Mar Bianco, si trova un sito archeologico di notevole interesse. Immerse nella foresta careliana, in una radura lambita da un torrente, affiorano dal terreno enormi lastre rocciose, levigate dai ghiacci, che appaiono ricoperte di petroglifi (incisioni rupestri), realizzati probabilmente dagli antenati dei Sami verso il 4000 a.C.. I graffiti, descritti per la prima volta nel 1926 dall’antropologo careliano Alexander Linevsky, mostrano un repertorio iconografico che include scene di caccia alla balena, praticata con rudimentali arpioni nel Mar Bianco, e scene di caccia su terraferma, in particolare all’alce. Singolare è la presenza di cacciatori sugli sci, forse le più antiche raffigurazioni documentate di questo tipo.

 
Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

I petroglifi di Belomorsk – barca e scena di caccia alla balena

Vi compaiono poi l’orso, presenza abituale nelle foreste russe, scene di combattimento fra gruppi rivali e un episodio singolare, che allude forse alla punizione d’un furto. Il significato di questi graffiti è ancora discusso, ma, aldilà dell’aspetto cultuale, variamente interpretabile (riti propiziatori, ringraziamento per una caccia abbondante), vi si legge anche la finalità pedagogica di impartire istruzioni sulle pratiche venatorie e belliche, e anche il monito morale di astenersi da azioni negative come il furto.

I Sami, dediti a caccia, pesca e all’allevamento delle renne, vennero poi sospinti verso nord, nella penisola di Kola e nell’area scandinava, dall’avvento di popolazioni ugro-finniche, Careli e Vepsi, imparentati con i Finni, che nei secoli seguenti si mescoleranno con i Russi, sopraggiunti a ondate dall’area di Novgorod a partire dall’XI secolo e poi soprattutto dal XIII secolo, per via delle invasioni tatare. I Russi di Novgorod s’insediarono in Carelia, fondendosi con gli autoctoni (i coloni russi stanziati nell’area prossima al Mar Bianco vennero chiamati “Pomory”, che significa “abitante della costa”) e apportandovi la fede ortodossa, innestata dal XII secolo senza scossoni sui culti preesistenti, tanto da perpetuarne in certi casi pratiche e riti arcaici, sopravvivenze del paganesimo delle origini, inserendoli però in una prospettiva cristiana.

D’altronde la questione del popolamento originario della Russia è complessa e discussa: nelle fonti bizantine più antiche, ad esempio, si tengono distinti i Russi dagli Slavi perché con il nome “Rus” si designava piuttosto un gruppo etnico e sociale identificabile con i Variaghi, stirpe vichinga di guerrieri-mercanti cui apparteneva Rjurik, vissuto nel IX secolo, capostipite della dinastia rimasta al potere in Russia sino a fine Cinquecento, e il principe Oleg, che verso la fine del IX secolo spostò la capitale a Kiev allargando e unificando lo stato russo. Soltanto con il tempo la qualifica di “Russi” venne adoperata per designare il raggruppamento etnico derivato dalla fusione della classe egemone vichinga, i Variaghi, integrata da elementi ugro-finnici, nella componente maggioritaria formata da Slavi.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Isola di Kizhi (Carelia) – veduta della cattedrale della Trasfigurazione

Con la pace di Stolbovo, che nel 1617 pose termine alla “Guerra d’Ingria” tra Russia e Svezia assegnando agli Svedesi la porzione sud-occidentale della Carelia, molti Careli stanziati nell’area nord-ovest del lago Ladoga, per sfuggire all’imposizione della religione luterana, migrò nelle regioni di Novgorod e Tver, supportati dalle autorità russe, che garantirono loro protezione e temporanea esenzione dalle tasse. Dopo secoli di armonico sviluppo, con il periodo sovietico si assistette a un forte arretramento della cultura carela, sia per il divieto di parlare la lingua imposto al tempo di Stalin, sia per le misure coercitive che comportavano spostamenti massicci di popolazione da una repubblica all’altra dell’Urss. Si calcola che oggi, a fronte di un 40% circa di Careli registrati a fine Ottocento, la consistenza del gruppo etnico ugro-finnico, composto da Careli e Vepsi, si aggiri attorno al 10%. Per salvaguardarne la cultura sono state varate in tempi recenti misure a sostegno di lingua e tradizioni locali.

Capitale della Repubblica di Carelia è Petrozavodsk, centro di oltre 250.000 abitanti affacciato sulle sponde del lago Onega, il secondo lago d’Europa per estensione dopo il lago Ladoga, anch’esso in Carelia. Come San Pietroburgo, nuova capitale dal 1713, anche Petrozavodsk, letteralmente fabbrica di Pietro, nacque dall’iniziativa dell’imperatore Pietro il Grande, le cui doti di realizzatore echeggiano nei versi del poeta russo Pushkin che lo celebrò come “costruttore taumaturgo”.

Qui sul lago Onega lo zar installò le fonderie per i cannoni da utilizzare nella guerra contro la Svezia. La Russia, al tempo dell’ascesa di Pietro al trono, dominava su un territorio sconfinato, esteso, con le conquiste dei khanati di Kazan’, Astrachan’, Siberia (la Crimea si aggiungerà a fine Settecento con Caterina la Grande), sino all’Estremo Oriente, tanto da indurre i Cinesi nel 1689 a negoziare la fissazione del confine al fiume Kerbechi (trattato di Kerbechi). Occorreva però, per elevare la Russia al rango di grande potenza, costruire un’egemonia sul mare, e fu questo l’obiettivo di Pietro.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Isola di Kizhi (Carelia) – la chiesa invernale dell’Intercessione con le cupole in legno sormontate da croci tipiche della Russia settentrionale

Dopo la conquista di Azov (1696), Pietro tentò di aprirsi la strada verso il Mar Nero, ma dovette desistere per mancanza di alleati, accettando una tregua trentennale con gli Ottomani sancita con la Pace di Costantinopoli del 1700. Sbarrata la via verso sud, l’imperatore volse lo sguardo a nord, al Mar Baltico, per sottrarne il dominio alla Svezia di re Carlo XII. L’imperatore promosse così la costruzione di una flotta navale nei cantieri di Archangel’sk, reclutando tecnici e carpentieri dall’Occidente, e si assicurò l’alleanza di Polonia, Danimarca e dell’atamano Mazeppa, capo dei Cosacchi ucraini, che più tardi l’avrebbe però tradito. Preparato il terreno diede il via alla Grande Guerra del Nord (1700-1721) che, dopo alterne vicende, si concluse con l’umiliazione della Svezia, condannata al tramonto come grande potenza, e la vittoria della Russia, che si vide assegnate Estonia, Livonia e Finlandia, e l’agognata egemonia sul Mar Baltico.

E’ questo lo scenario in cui s’inserì la fondazione di Petrozavodsk sul lago Onega, tassello di quella “via d’acqua” naturale che serviva a trasportare le navi dagli arsenali di Archangel’sk sul Mar Bianco alle coste del Mar Baltico. Nei tratti non navigabili, occorreva trascinare le navi su piste formate da tronchi. La costruzione di un canale artificiale per i chilometri mancanti, già tentata nell’Ottocento, venne realizzata nel periodo sovietico, tra il 1931 e il 1933, per ordine di Stalin e sotto la supervisione di Kirov, pseudonimo di Kostrikov, importante funzionario di partito, che si avvalse di manodopera “gratuita”, reclutando i malcapitati, costretti a scavare a mani nude o con attrezzi rudimentali, soprattutto dal campo di detenzione speciale delle isole Solovki.

Molti prigionieri, con cifre che oscillano tra 25.000 e 100.000 a seconda delle fonti, morirono nella realizzazione dell’opera, lunga 227 chilometri, battezzata “canale Stalin”, poi canale Mar Bianco-Mar Baltico o Belomorkanal in russo, ma anche Kirov non avrà sorte migliore, ucciso a colpi di pistola nel 1934 nell’ambito di un complotto forse ordito dallo stesso Stalin.

Petrozavodsk, a differenza di altri centri dell’ex Urss, conserva in parte la toponomastica del tempo e la statuaria sovietica, ma, accanto ai vari Kirov e Lenin, campeggia ancora, presso il lungolago, l’elegante statua di Pietro Il Grande, scampata miracolosamente, forse per una forma di rispetto verso il fondatore della città, alla furia iconoclasta riversata dai Bolscevichi contro i simboli e le statue del periodo zarista.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Artigianato di Carelia – lavorazione della corteccia di betulla sull’isola di Kizhi

 

L’isola Kizhi

In due ore di aliscafo da Petrozavodsk si raggiunge l’isola di Kizhi, oggi protetta da una riserva naturale, dove sorge uno straordinario complesso di architettura lignea che comprende chiese, edifici agricoli e isbe, in parte trasferiti qui da altre isole oggi disabitate. Sorprendente è la cattedrale della Trasfigurazione, eretta nel 1714 per volere di Pietro il Grande, che volle così celebrare, secondo la tradizione fornendo egli stesso il disegno dell’edificio, l’ascesa della potenza russa nell’area baltica. La chiesa, costruita con tronchi tondi scortecciati, sovrapposti e incastrati alle estremità, è provvista di ben 22 cupole, disposte a livelli diversi, a formare una sagoma piramidale.

Cupole e tamburi sono ottenuti incastrando tra loro tavolette di pioppo tremolo, varietà di legno scelta per la capacità di mutare colore a seconda delle condizioni climatiche: con il sole o durante le notti bianche, le cupole scintillano come fossero d’argento. La chiesa è inserita all’interno di un pogost’, area sacra recintata tipica della Russia del nord, che comprende il cimitero e diversi edifici, tra cui la chiesa dell’Intercessione, più piccola e utilizzata nei mesi invernali.

Nell’architettura russa la cupola è ricca di richiami a concetti religiosi, legati a numero, forma e colore. L’elmo è la forma usuale delle cupole più antiche, a evocare la Chiesa militante, in armi contro i nemici, la cupola a cipolla, sebbene non vi sia uniformità di opinioni al riguardo, sembra riflettere la fiamma della candela, preghiera incessante rivolta a Dio. Il colore dorato è in genere associato a Cristo, l’azzurro seminato di stelle alla Madre di Dio, il verde e l’argento alla Trinità o ai santi. Anche Il numero di cupole porta con sé valenze simboliche: una cupola indica l’unico Dio, tre cupole richiamano la Trinità, cinque simboleggiano il Cristo attorniato da quattro Evangelisti, sette i giorni della Creazione o i sette sacramenti, nove cupole rimandano agli ordini angelici, tredici al Cristo con i dodici apostoli, trentatré agli anni di Gesù.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Isola di Kizhi – la chiesa invernale dell’Intercessione

Tra i 76 edifici in legno dell’isola si ammirano poi diverse isbe, le abitazioni tradizionali dei contadini russi. Dal latino tardo istuba, mediato dal germanico stuba, significa luogo riscaldato e in effetti il cuore dell’abitazione, nell’ampia stanza principale, in cui la famiglia cucinava, mangiava, dormiva, era la grande stufa in mattoni o in argilla, munita di fondamenta, che invece la casa non aveva.

Lo spazio sopra la stufa, provvisto di ripiani, era riservato al sonno di anziani e bambini, mentre gli altri dormivano distesi a terra, con il capo rivolto verso l’angolo delle icone. Nelle isbe più ricche, articolate su due piani, si adottarono da metà Seicento i primi letti e l’arredo si fece più ricercato. Comparvero in seguito gli specchi, introdotti vincendo resistenze superstiziose: In Carelia si credeva che lo specchio fosse una finestra sull’aldilà e che attraverso questa via spiriti maligni potessero turbare l’intimità domestica. Per questo era usanza tenerli coperti con asciugamani ricamati con figure tratte dalla mitologia carela, cui si attribuiva la funzione “apotropaica” di esorcizzare le forze del male. L’illuminazione dell’isba avveniva tramite candele di cera, ma i più poveri ricorrevano a schegge di betulla essiccate al forno dette lucina.

Solovki

Dal litorale della Carelia, in due ore di viaggio via nave da Rabocheostrovsk, si raggiunge l’arcipelago delle isole Solovetsky o Solovki nel Mar Bianco, unico mare interno del Mar Glaciale Artico, appartenente all’oblast’ di Archangel’sk. L’avvicinamento all’Isola Grande è annunciato dal profilo del grande monastero, protetto da spesse mura in pietra scandite da sei possenti torrioni cuspidati e dominato dall’imponente mole della cattedrale della Trasfigurazione, edificata nel XVI secolo. Fondato nel 1436 per iniziativa dei monaci San Zosima e Savvatiy, acquisì presto prestigio e potenza, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Tebaide del Nord” o “Athos del Nord”. Figura eminente del monastero fu l’archimandrita Filipp che, divenuto nel 1566 metropolita di Mosca e di tutta la Russia, ebbe accesi contrasti con lo zar Ivan il Terribile, venendo in seguito deposto e ucciso (fu canonizzato dalla Chiesa russa nel XVII secolo).

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Solovki. Le possenti mura in pietra che circondano il monastero

Nella seconda metà del Seicento la quiete del monastero venne scossa dalle controversie legate alla riforma del patriarca Nikon, che i monaci delle Solovki respinsero, subendo l’assedio (1668-1676) e la successiva punizione dei ribelli. Tra il 1652 e il 1666 il patriarca Nikon aveva infatti varato una serie di riforme liturgiche che provocò una lacerazione nella comunità dei fedeli, parte dei quali rifiutavano i cambiamenti. I dissidenti, guidati dal protopop (arciprete) Avvakum, diedero vita a uno scisma, raskol in russo, e alla corrente dei “Vecchi credenti”, che si organizzarono in comunità e chiese autonome, ancora oggi vitali.

Tra i segni rivelatori dell’identità dei Vecchi Credenti, rimasti legati alle pratiche “antico russe”, vi è il segno della croce, che gli “scismatici” compiono con due dita, richiamo alla natura umana e divina di Cristo, mentre le direttive nikoniane imposero di eseguire con tre dita, richiamo al concetto di Trinità “razionalista”. La riconciliazione tra la Chiesa ortodossa russa e i Vecchi Credenti è avvenuta in tempi recenti e la loro piena integrazione nella società russa è stata suggellata dalla visita ufficiale compiuta dal presidente Vladimir Putin presso la chiesa moscovita della Protezione della Madre di Dio, centro principale dei “vecchio-ritualisti”, in occasione dei 350 anni dal Grande Concilio di Mosca del 1657 che ne aveva sancito la scomunica.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Museo del campo di detenzione – collage fotografico di alcuni degli internati nel campo di prigionia

La serena esistenza dei monaci, scandita dalla preghiera e dal lavoro, venne interrotta in modo traumatico dagli eventi rivoluzionari iniziati nel febbraio 1917 che scaraventarono d’improvviso l’arcipelago in un abisso di sofferenze e di ingiustizia. Dopo l’espropriazione dei beni della Chiesa ortodossa, decisa nel 1918 con un decreto del Consiglio dei Commissari del Popolo, nel 1919 si avviò una feroce campagna anti-cristiana, che non solo colpì migliaia di vescovi, monaci e preti, arrestati, assassinati e internati in campi di prigionia, ma si pose l’obiettivo di sradicare la fede dalla società russa anche mettendo in atto misure sacrileghe, come l’apertura e la profanazione di tombe e reliquiari dei santi russi più venerati, i cui resti vennero esposti pubblicamente, o lo smantellamento di cupole e croci.

Fu così che, in pieno “Terrore rosso”, nel maggio 1920 il monastero delle Solovki venne occupato dai Bolscevichi che ne requisirono i tesori sacri e aprirono un campo di lavori forzati riservato ai prigionieri di guerra che avevano combattuto per i Bianchi, fedeli allo zar, durante la Guerra Civile (1918-1921). Nel 1925 le spoglie dei santi Zosima, Savvatij e Herman vennero esumate e dopo il 1939 trasferite a Mosca e poi al Museo dell’Ateismo allestito nella cattedrale di Kazan’ a Leningrado, oggi San Pietroburgo.

Dopo l’incendio del 1923, appiccato dal direttore del sovchoz Solovki per nascondere illeciti finanziari, si decise la creazione del “campo (lager) di destinazione speciale delle Solovki”, con due posti di transito sul continente e smistamento a Chem (Carelia) e Archangel’sk, noto con l’acronimo SLON e contrassegnato nei documenti dal logo dell’elefante (in russo Slon significa elefante). Nel campo transitarono, sino alla chiusura, avvenuta nel 1939, oltre 800.000 prigionieri, di cui molti morirono in seguito a esecuzioni sommarie, epidemie (tifo), privazioni, torture psicologiche e fisiche.

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Veduta del monastero

Il campo di prigionia delle Solovki fu il primo ad essere collegato alla direzione politica dello Stato unificato dell’Urss che, dirigendo l’espansione del sistema concentrazionario sovietico, portò nel 1930 alla creazione della Direzione Generale dei Campi, Glavnoe upravlenie lagerej, da cui l’acronimo Gulag, divenuto d’uso comune dopo la pubblicazione del saggio d’inchiesta narrativa Arcipelago Gulag 1918-1956 di Aleksandr Solzenicyn.

Nel 1929 lo scrittore Maksim Gor’kij, incaricato dal governo per smentire voci trapelate all’estero, visitò il campo di prigionia, riportando la propria testimonianza nell’articolo intitolato “Le Solovki”, in cui parlava con accenti positivi dei programmi di “rieducazione attraverso il lavoro” pensati per i prigionieri. Gor’kij, che, pur avendo aderito alla Rivoluzione, già nel giugno 1917 esprimeva critiche ai metodi del bolscevismo (“li disprezzo e li odio sempre di più”), si attirò per questi scritti propagandistici le aspre critiche di Solzenycin, che lo accusava di aver taciuto per convenienza sulle prove dei crimini di cui era stato testimone. La commissione d’inchiesta inviata nel 1930 alle Solovki per indagare sugli “eccessi” nella gestione del campo comminò una sessantina di condanne a morte, soprattutto di guardie e componenti dell’amministrazione, accusati di torture, stupri e uccisioni, dopodiché il campo proseguì la “normale” attività ancora per nove anni.

L’itinerario di visita ai luoghi della memoria comprende, oltre al Museo, che raccoglie documenti, cimeli e filmati, la Gora Sekirnaja, un’altura immersa nei boschi su cui sorge il monastero minore dell’Ascensione, dipendenza del monastero principale. La chiesa, anch’essa sconsacrata nel periodo sovietico, venne adibita a luogo di punizione per gli “indisciplinati” del campo.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

Il cortile interno del monastero

Accanto all’edificio, lungo il ripido pendio della collina, s’inerpica la “Scala Santa”, interamente in legno, fatta di 365 gradini e ricostruita in anni recenti, che, al tempo del campo, era avvolta da una fama sinistra: si diceva (e vi sono testimonianze al riguardo) fosse utilizzata per gettarvi di sotto, una volta legati, i detenuti. Una grande croce in legno è stata posata nelle vicinanze della chiesa in memoria delle vittime.

Malgrado il ricordo delle atrocità, che ancora aleggia sull’isola, lo straordinario complesso monastico delle isole Solovki sta recuperando la sua vocazione originaria, di luogo di fede e spiritualità, grazie alla rinnovata presenza dei monaci, tornati a partire dal 1990, e all’impegno del personale del Museo, la cui direzione è stata affidata all’archimandrita del monastero. Le isole Solovki, poste al confine estremo della terra secondo le popolazioni antiche, conservano tracce di culti pagani, praticati dai primi frequentatori del Mar Bianco (e proseguiti sino all’arrivo dei monaci nel XV secolo).

Gli antenati dei Sami diedero forma sulle rive del mare ai “santuari di pietra”, con sassi di diversa grandezza disposti a formare disegni geometrici, in particolare labirinti, dal significato ancora discusso, forse legato a riti propiziatori o a riferimenti astronomici. La natura rigogliosa, con le foreste di conifere frammiste a betulle, le centinaia di laghi interni, collegati tra loro da un sistema di canali realizzato nei secoli, e il Giardino Botanico, creato dai monaci, rendono attrattiva la visita alle isole anche dal punto di vista ambientale e paesaggistico.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: La Carelia

L’isba abitata dall’archimandrita del monastero quando si recava in visita al Giardino Botanic