l’Anello d’Oro della Russia – Sergiev Posad, Rostov la Grande, Jaroslavl e Kostroma, Suzdal e Vladimir

Paolo Barsotto: giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia.

Testo e foto di Paolo Barosso. Il viaggio è organizzato da Rusoperator.

Il cosiddetto Anello d’Oro è un circuito turistico che comprende una serie di città e insediamenti monastici a nord-est di Mosca e lungo l’alto corso del Volga. Alcune di queste località furono sedi di prospere comunità mercantili, come Jaroslavl’, e di fiorenti principati, come Vladimir-Suzdal’, che vennero poi travolti dall’invasione tartara del XIII secolo, frammentandosi o divenendo vassalli degli occupanti. Alla testa del movimento di liberazione dal “giogo tartaro” si pose il piccolo principato di Moscovia che, dopo aver inflitto a partire dal 1380 dure sconfitte militari agli invasori, riunì i vari principati russi all’interno di una nuova formazione statuale sotto l’autorità della dinastia dei Rjurikidi.

Sergiev Posad e il monastero della Trinità di San Sergio

Prima tappa dell’itinerario proposto è Sergiev Posad, località posta a circa 70 Km nord-est di Mosca, dove sorge la prestigiosa fondazione monastica della Trinità di San Sergio, che fu in passato tanto fiorente da eguagliare addirittura lo zar nell’ampiezza delle proprietà terriere, frutto di donazioni e lasciti. L’ingresso principale al monastero fortificato è la cosiddetta Torre-porta Rossa, le cui pareti interne sono ornate da affreschi incentrati sulla figura di Sergio di Radonez, il santo monaco che fondò la comunità cenobitica nel 1345.  

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Sergiev Posad – la Torre-porta Rossa, ingresso principale all’area monastica

In uno degli episodi San Sergio è colto nell’atto di benedire il gran principe moscovita Dmitrij Donskoj, che si appresta alla battaglia contro i Tartari, sconfitti a Kulikovo nel 1380. Nel 1408 il monastero venne incendiato e depredato in un’incursione tartara, ma in breve tempo rifiorì. La fama di inespugnabilità e sacralità del luogo crebbe durante la cosiddetta “epoca dei torbidi”, periodo di contese al vertice del potere seguito alla morte di Ivan IV. Nel 1584 venne proclamato zar il debole Fëdor, figlio di Ivan IV, infermo di mente, sostituito nell’azione di governo dall’intrigante cognato Boris Godunov, che, divenuto zar nel 1598, morì nel 1605, venendo sepolto proprio a Sergiev Posad, dove riposano anche moglie e figli.

In seguito si affacciarono sulla scena due impostori che si spacciarono per Dmitrij (Demetrio), figlio di Ivan IV assassinato nel 1591 forse per volontà dello stesso Godunov: il primo “falso Dmitrij” salì al potere nel 1605 appoggiato da polacchi e lituani, ma fu destituito già nel 1606 da una congiura di boiari, che acclamarono zar Basilio IV, mentre il secondo “falso Dmitrij” di lì a poco occupò Mosca alla testa di un esercito polacco, che mise sul trono Ladislao, figlio del re di Polonia Sigismondo III, suscitando forte malcontento popolare.

Tra i protagonisti di questo periodo turbolento vi furono i Cosacchi, gruppi di uomini liberi di varia estrazione (contadini ribelli, nobili in rovina, fuggiaschi) stanziati nelle regioni del Don e del Dnepr, ma anche in Ucraina e Siberia, che col tempo si organizzarono in comunità autonome rette da un capo detto atamano e che combatterono sempre al servizio degli zar, mossi dal gusto dell’avventura militare. Con Caterina la Grande nel 1770 i guerrieri cosacchi vennero inquadrati nell’esercito regolare in reggimenti e squadroni dalle divise sgargianti, che svolgeranno un ruolo significativo nella storia russa successiva, mentre a partire dal 1919 furono tra i bersagli principali dell’odio bolscevico, vittime di misure persecutorie note come “decosacchizzazione”.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Sergiev Posad – il palazzo del Refettorio, che richiama nella decorazione esterna il palazzo dei Diamanti a Ferrara

In piena “epoca dei torbidi” tra 1608 e 1610 i Polacchi occuparono Sergiev Posad, ma non riuscirono ad avere ragione dei monaci di San Sergio, che resistettero a sedici mesi d’assedio. Questa fase travagliata terminò con la destituzione di Ladislao, la cacciata dei polacchi e l’ascesa al trono nel 1613 di Michele Romanov, capostipite della dinastia rimasta al potere sino al 1917.

Il monastero della Trinità di San Sergio ricomparve in più occasioni nelle vicende dinastiche offrendo per due volte rifugio al futuro zar Pietro I detto il Grande, fondatore di San Pietroburgo: nel 1682 vi trovò riparo la zarina Natal’ja Naryškina, vedova dello zar Alessio I Romanov, con i figli Pietro e Ivan, in fuga dalla rivolta degli Strelizzi, corpo di milizia di fanti (arcieri) creato da Ivan il Terribile, poi soppresso da Pietro il Grande, mentre nel 1689 vi si rifugiò lo stesso Pietro, al tempo diciassettenne, in fuga dai complotti in cui era (forse) coinvolta la sorellastra Sofia che, fallita la congiura, venne rinchiusa in convento come suor Susanna (la scelta del nome s’ispirava al racconto veterotestamentario di Susanna che, accusata ingiustamente di intrattenere una relazione adulterina da due anziani perversi, i “vecchioni”, bramosi di possederla ma da lei respinti, rivendicò la propria innocenza, venendo poi scagionata dall’intervento divino; Sofia, come la biblica Susanna, si reclamava esente da colpe nella congiura contro Pietro e confidava di vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti).

Il complesso di Sergiev Posad comprende due cattedrali, la Dormizione, che sfoggia cinque cupole a cipolla, l’una dorata al centro e le altre quattro azzurre (colore mariano) con stelle dorate, voluta da Ivan il Terribile per commemorare la conquista del khanato di Kazan’ nel 1552, e la Trinità, con unica cupola su alto tamburo e interno ispirato all’architettura serba, che racchiude la venerata urna di San Sergio.

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Sergiev Posad – l’altissimo campanile in stile barocco, forse disegnato dal Rastrelli (1740-70)

L’area del monastero conta poi altre sette chiese, un seminario, un museo e vari edifici, concentrando in un’area limitata un affascinante mix di stili architettonici, dal finto bugnato del palazzo del Refettorio, che evoca il palazzo dei Diamanti a Ferrara, al barocco naryškin della chiesa di San Sergio, dalla foggia olandese della chiesa di San Michea all’alto campanile costruito nelle forme del barocco rastrelliano.

Visitando questi luoghi e assistendo alle scene di devozione s’intuisce come il senso del sacro, in larga parte smarrito in Europa occidentale, sia molto vivo e vitale nella Russia cristiana di oggi, malgrado i tentativi sovietici di sradicarlo: si manifesta nei gesti di venerazione delle icone, che vengono baciate, come nell’uso del foulard (mai nero) in chiesa, indossato dalle donne russe per coprirsi il capo non come adempimento d’un obbligo (non è vincolante), bensì in segno spontaneo di rispetto.

 

Continuamo: Rostov la Grande, Yaroslavl e Kostroma

Proseguendo il viaggio, nel tipico paesaggio del bassopiano sarmatico che alterna boschi di betulle e conifere, campi coltivati a grano, laghi e zone acquitrinose, si raggiunge Rostov la Grande, antica località che sonnecchia sulle sponde del lago Nero. Qui giganteggia l’armonioso e compatto Cremlino protetto da mura possenti.

Rostov, fondata nel IX secolo e in seguito governata dai figli di Vladimir di Kiev, Jaroslav il Saggio e poi Boris, divenne principato autonomo nel XIII secolo per poi venire assorbita nell’orbita di Mosca dopo la liberazione dai Tartari. Mantenne però la propria importanza, come sede d’una potente diocesi, sino alla seconda metà del Settecento quando la nazionalizzazione delle proprietà terriere della Chiesa, decisa nel 1764 dalla zarina d’origine prussiana Caterina II la Grande, influenzata dalle idee illuministe, ridimensionò potere e prosperità di molti centri monastici e religiosi, come Rostov, che tra l’altro fu anche privata della sede metropolitana in favore di Jaroslavl’.

Il Cremlino di Rostov, risalente nel suo aspetto attuale al XVI-XVII secolo, è impostato su due piazze, quella delle Cattedrali, con la cattedrale dell’Assunzione, che presenta facciate scandite da lesene e con prospetti culminanti in zakomary (arcate sottotetto) carenati, e quella del cortile del Metropolita, con tre chiese, il palazzo di Samuele o del Metropolita e il seicentesco palazzo Gosudarev.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Cremlino di Rostov – il cortile del Metropolita

Ciò che colpisce entrando in queste chiese, oltre all’estesa superficie affrescata, è la grandiosità delle iconostasi, letteralmente “luogo delle icone”, strutture in legno, variamente decorate a seconda delle tradizioni regionali e dei periodi stilistici, che separano il santuario, cioè il presbiterio con l’altare, rivolto a est, dalla navata riservata ai fedeli e che compaiono nell’architettura russa fra Trecento e Quattrocento, sviluppandosi dal cosiddetto “templon” bizantino, transenna marmorea con funzione divisoria.

L’iconostasi, provvista di un passaggio centrale, detto “porta regale”, riservato al sacerdote, e di due aperture laterali, dette “porte diaconali”, per gli inservienti, si compone nella tipologia classica di cinque livelli. Al primo, detto “locale”, troviamo le icone del Salvatore e della Vergine affiancate da icone legate all’intitolazione della chiesa e alla tradizione locale (ai lati dell’altare vi sono invece le “icone processionali”, impostate su assi e dipinte fronte e retro), il secondo, detto “festivo”, comprende la serie delle festività ortodosse mentre il terzo livello è riservato alla rappresentazione della Deesis, traducibile come “supplica”, che raffigura al centro Cristo Giudice e ai lati la Vergine, San Giovanni Battista e altri santi nell’atto di intercedere per la salvezza delle anime nel giorno della Seconda Venuta del Signore e del Giudizio finale. Al quarto e al quinto livello compare invece la teoria di Profeti e Patriarchi.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Chiese del Cremlino di Rostov – affreschi

 Nella produzione di icone si distinguono varie scuole e tradizioni locali, tra cui la scuola di Rostov, formatasi nella seconda metà del XV secolo. Nel periodo sovietico, essendo proibita o comunque vista con diffidenza l’arte delle icone, ebbero grande impulso le scuole di pittura miniata su oggetti, in particolare scatole in lacca. La scatola viene realizzata come da tradizione in cartapesta, imbevuta di olio di lino, pressata e lavorata, poi dipinta a olio o a tempera, a seconda delle scuole. Per dare brillantezza e lucentezza si usano oro in foglia, polvere d’oro, d’argento e madreperla. Temi preferiti sono quelli tratti dalle fiabe tradizionali e dalla mitologia slava, ma vi compaiono anche scorci di una campagna russa idealizzata, scene di caccia, di battaglia e di vita quotidiana nei villaggi.

Rinomate per la limpidezza dei suoni sono poi le campane di Rostov, considerate capolavori di arte fusoria. Nella tradizione russa il suono non è prodotto dal dondolio della campana, che invece rimane fissa, potendo quindi raggiungere dimensioni ragguardevoli, bensì dal movimento del batacchio, che viene azionato dal campanaro tramite martelli o cordicelle, dando vita a complesse sequenze musicali. Dopo i decenni di silenzio imposto nel periodo sovietico, quando il suono delle campane venne bandito, oggi la figura dello zvonar, il campanaro, è tornata in auge e richiede un’accurata preparazione professionale.

 

Yaroslavl – la città sul Volga

Storicamente legata a Rostov è la città mercantile e oggi industriale di Jaroslavl’, alla confluenza del fiume Kotorosl’ nel grande Volga, che i Russi, quasi con affezione filiale, chiamano “matuska”, mammina. Fondata al principio dell’XI secolo per iniziativa di Jaroslav il Saggio, da cui trae il nome, fu principato autonomo a partire dal primo Duecento e conservò la propria importanza anche dopo l’annessione al principato di Mosca.

Jaroslavl’ vanta un gran numero di testimonianze dell’illustre passato, tra cui il monastero della Trasfigurazione del Salvatore, risalente al XII secolo, poi ampliato, che fungeva in origine da cremlino della città, sede del potere politico e religioso, fortezza e luogo culturale insieme, il seicentesco palazzo del Metropolita, che oggi ospita un Museo di Arte antica con una preziosa raccolta di icone (la scuola locale, fiorita nel XVI secolo, si distingue da quella moscovita, più legata a schemi classici, per l’esuberanza cromatica e la dovizia di dettagli ispirati alla vita quotidiana), e, lungo le rive del Volga a 8 Km dalla città, il monastero di Tolga, restituito alla Chiesa dopo essere stato trasformato in carcere minorile in epoca sovietica, che sorse nel XIV secolo nel luogo dove apparve l’icona miracolosa della Vergine di Tolga, oggi custodita nel complesso.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Jaroslavl’ – chiesa del profeta Elia

 

Kostroma – la città dell’Anello d’Oro sulla strada da Yaroslavl a Suzdal

Alla confluenza del fiume omonimo nel Volga sorge poi la città di Kostroma, rinomata per la lavorazione del lino e legata alle vicende della famiglia Romanov. Fu qui che nel 1613, al termine dell’epoca dei torbidi, Michail Romanov venne informato della designazione a zar, il primo della dinastia che rimarrà sul trono sino al 1917, per volontà dello Zemskij sobor, l’Assemblea rappresentativa del regno. Perno della viabilità cittadina è la grande piazza Susanin, plasmata in forme neoclassiche al tempo di Caterina la Grande e dedicata all’eroe locale e icona del patriottismo russo Ivan Susanin, figura realmente esistita, ma proiettata in una dimensione quasi leggendaria, a cui la tradizione attribuisce il merito nei primi anni del Seicento, in piena epoca dei torbidi, di aver salvato Michail Romanov, non ancora zar, da un’imboscata polacca.

Tra i monumenti più significativi di Kostroma spicca il monastero Ipat’evskij, fondato nel XIV secolo da un feudatario tartaro di nome Cet (o Chet), antenato di quel Boris Godunov che, divenuto zar nel 1605, fu acerrimo nemico dei Romanov e tentò di ostacolarne l’ascesa al potere. Il grande poeta Puškin alluse infatti a Godunov in uno dei suoi componimenti rammentandogli le sue origini: “Ieri eri ancora un servo, un Tataro…”. Di ampia portata fu il fenomeno di famiglie dell’aristocrazia tartara che, di fronte al disfacimento dell’Orda d’Oro, passarono al servizio dei gran principi di Mosca, penetrando anche agli alti livelli dell’aristocrazia russa.

L’area del monastero Ipat’evskij include il tardo-cinquecentesco Palazzo dei Romanov, residenza di Michail prima di diventare zar, dove è oggi allestita una mostra di cimeli, documenti e oggetti riferiti alla storia della famiglia imperiale.

Imperdibile è infine il Museo all’aperto di architettura lignea, che raduna strutture tipiche dell’architettura civile e religiosa russa realizzate in legno (mentre in città si costruiva in muratura). Oltre alle caratteristiche chiese, si possono ammirare le tradizionali isbe, le abitazioni dei contadini russi, le cui dimensioni e ricchezza ornamentale indicavano lo status sociale dei proprietari.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Kostroma – una grande isba all’interno del Museo all’aperto di architettura in legno

L’isba, costruita con grandi tronchi di pino o abete rosso sovrapposti e incastrati alle estremità (senza uso di chiodi in ferro), comprende spesso ambienti esterni al nucleo principale, i cosiddetti seni, collegati tramite corridoi-vestiboli e adibiti a stanze estive, dispensa, camere per la servitù. Le finestre usualmente non erano chiuse con il vetro, troppo costoso, bensì da luccicanti lamine di mica, materiale che consentiva il passaggio della luce, ma non dell’aria.

L’isba non va confusa con la dacia, dimora per la villeggiatura estiva che ebbe grande diffusione nel corso dell’Ottocento. Il termine deriva dal verbo davat, dare, e allude alle prime dacie, appezzamenti di terreno nei dintorni di San Pietroburgo che lo zar Pietro il Grande “donava” in segno di riconoscenza a funzionari e nobili meritevoli. Situata in piccoli centri di campagna, ai bordi delle foreste o sulle rive dei laghi, la dacia classica è a uno o due piani, senza acqua corrente (la si attinge dal pozzo) e senza impianto termico, ma è provvista di stufa a legna.

 

Suzdal’ e Vladimir, l’antica capitale

Carattere ancora rurale riveste l’antico centro di Suzdal’, la cui integrità architettonica è sopravvissuta grazie a regole severe di tutela che hanno impedito l’erezione di nuovi edifici nell’area storica, ricca di un centinaio di monumenti databili dal XII al XIX secolo.

Il tessuto urbano, inframmezzato a campi coltivati e attraversato dal placido fiume Kamenka, è composto in prevalenza di casette in legno a uno o due piani con le finestre decorate. Entrata nell’orbita della Rus’ di Kiev sin dall’XI secolo, quando Jaroslav il Saggio vi apportò il Cristianesimo, Suzdal’ crebbe in prestigio e influenza politica sino a che, dopo la cacciata dei Tartari, non venne inglobata nel principato moscovita, conservando però il ruolo di centro spirituale e religioso, sede d’un arcivescovato e di numerosi monasteri.

Tra le testimonianze dell’illustre passato spicca il Cremlino, che racchiude la grande cattedrale della Natività della Vergine, costruita nel XIII secolo sull’area di una preesistente chiesa in legno, e il monastero del Salvatore e di Sant’Eufemio, fondato dal monaco Eufemio nel 1352, protetto da una cinta muraria con dodici torri e trasformato nel corso della Seconda Guerra Mondiale e negli anni successivi (sino al 1967) in campo di prigionia e riformatorio femminile.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Suzdal’ – le spesse mura di cinta del monastero del Salvatore e di Sant’Eufemio viste dal fiume Kamenka

L’ultima città del percorso in ordine di visita, ma non ultima per importanza storica e monumentale, è Vladimir, fondata nel 1115 da Vladimir Monomaco, gran principe di Kiev, che le diede il nome. Fu il nipote, Andrej Bogoljubskij, a promuoverne l’abbellimento architettonico con monasteri, chiese e palazzi, elevandola al rango di capitale in luogo di Kiev, titolo che la città mantenne anche sotto la dominazione mongola sino all’ascesa di Mosca nel XV secolo.

La splendida cattedrale della Dormizione, eretta alla metà del XII secolo con l’intento di eguagliare in magnificenza la cattedrale kievana di Santa Sofia, servì da ispirazione al bolognese Fioravanti incaricato nel XV secolo di progettare la cattedrale della Dormizione nel Cremlino moscovita. L’austerità dell’esterno in pietra bianca contrasta con l’esuberanza rococò dell’interno che custodisce un capolavoro del maestro iconografo Andrej Rublëv, pittore e monaco, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa.

L’affresco, realizzato nel 1408, raffigura il Giudizio Universale, tema che nelle chiese russe si trova di solito rappresentato sulla parete ovest, al di sopra dell’ingresso. Il fedele, uscendo dalla chiesa, è invitato a alzare lo sguardo, ricavando dalla visione del Giudizio finale un severo monito a evitare il peccato per salvaguardarsi dai tormenti eterni. Le rappresentazioni del Giudizio Universale sono molto complesse e variano a seconda dei periodi: la figura del Cristo Giudice, in posizione centrale, è di solito affiancata dalla Vergine e da San Giovanni il Precursore in atteggiamento di supplica (la Deesis) mentre la mano di Dio sorregge la bilancia con cui verranno pesate colpe e meriti delle anime.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: l’Anello d’Oro

Vladimir – la cattedrale della Dormizione

Un enorme serpente (o fiume di fuoco) si protende dalle fiamme della geenna, lo stagno di fuoco, in cui compare Satana con l’anima di Giuda in grembo, allungandosi sino al tallone di Adamo, raffigurato con Eva ai piedi del Cristo, e reca su di sé una serie di piccoli diavoli che simboleggiano i vari peccati. Spesso compare, a metà tra le mura del Paradiso e l’inferno, un uomo nudo legato a un palo che, stando all’interpretazione più comune, basata su una tradizione bizantina dell’VIII secolo, richiama il libertino o “fornicatore” misericordioso cui è negato l’accesso al Paradiso per essere caduto nel peccato di fornicazione, ma nel contempo evita le pene eterne per le opere di devozione e misericordia compiute in vita.

La grande iconostasi dorata, settecentesca, ospitava, prima del trasferimento nella Galleria Tret’jakov di Mosca, l’icona della Madre di Dio di Vladimir, tra le più venerate in Russia, giunta secondo la tradizione da Bisanzio intorno al 1130 come dono dell’imperatore bizantino al principe della Rus’ e sopravvissuta a incendi e saccheggi. Secondo la tradizione i cavalli che trasportavano il carro con l’icona si fermarono presso Vladimir senza voler ripartire e questo fu interpretato come segno della volontà divina di fare rimanere l’effigie in città. La forza mistica dell’icona si manifestò in più occasioni, suscitando persino la reazione del temuto Tamerlano, che nel 1395 desistette dalla presa di Mosca dopo aver visto l’immagine esposta sugli spalti della città (da quel momento l’icona rimase a Mosca nella cattedrale della Dormizione e davanti a essa venivano incoronati gli zar e consacrati i patriarchi), e l’interesse di Stalin che, malgrado l’ostilità bolscevica alla fede cristiana, ordinò, come narra Vittorio Messori in un suo libro, a un aereo militare durante l’assedio tedesco di Leningrado, attuale San Pietroburgo, di sorvolare più volte i cieli della città recandola con sé.

La Vergine di Vladimir appartiene alla tipologia della Madre di Dio Eleousa, cioè della Tenerezza, in cui le guance del bambino e della Vergine, che lo tiene in braccio, si toccano in un gesto di tenerezza. L’altra tipologia più diffusa è la Vergine Odighitria, la Conduttrice, in cui la Madre di Dio sorregge il bambino e lo indica con la mano destra mostrando all’umanità la sola via della salvezza, che è Cristo, e facendosi quindi Guida del mondo. La tipologia si rifà all’originale della Vergine Odighitria realizzato secondo la tradizione da San Luca e conservato per secoli nel monastero detto Odigon (“delle guide”) a Bisanzio. A questa tipologia appartiene l’icona della Madre di Dio di Smolensk, anch’essa molto venerata: la tradizione attribuisce a lei il merito di aver risparmiato la città di Smolensk dal saccheggio tartaro nel 1238 mentre nel 1812, durante la guerra contro Napoleone, la sacra effigie venne portata per volere del generale Kutuzov sui campi di battaglia perché infondesse coraggio ai combattenti, come ricorda lo scrittore Lev Tolstoj nel celebre romanzo “Guerra e pace”.