Viaggio a San Pietroburgo, la capitale dei Romanov nata dal sogno di Pietro il Grande

Paolo Barsotto: giornalista pubblicista, laureato in giurisprudenza, si occupa da anni di uffici stampa legati al settore culturale e all’ambito dell’enogastronomia.

Testo e foto di Paolo Barosso. Il viaggio è organizzato da Rusoperator.

E’ il maggio del 1703 quando, sul golfo di Finlandia, alla foce del fiume Neva, si avvia il cantiere voluto dall’imperatore Pietro I Romanov detto il Grande per la costruzione della nuova capitale russa, battezzata San Pietroburgo in omaggio all’apostolo Pietro. Il nome della città, come riflesso delle vicende storiche e politiche, mutò nel 1914 in Pietrogrado perché, in concomitanza con la dichiarazione di guerra della Germania contro la Russia, apparisse meno tedesco e più russo, e nel 1924 venne cambiato in Leningrado, per ricordare che proprio da qui, precisamente dall’area del monastero Smol’nyj, dove s’insediò il Comitato Rivoluzionario, ebbero inizio i drammatici avvenimenti che condussero alla Rivoluzione dell’ottobre 1917 guidata da Lenin e Trockij. Il tramonto del totalitarismo comunista portò con sé dal 1991 il ripristino dell’originaria titolatura cittadina, San Pietroburgo, riallacciando la città alle sue radici imperiali, fortemente legate all’epopea dei Romanov.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Veduta di un’ala del palazzo d’Inverno dal fiume Neva. Sullo sfondo la guglia dell’Ammiragliato e la grande cupola di Sant’Isacco

Nella realizzazione del progetto urbanistico, una vera e propria sfida alle avversità climatiche e ambientali, trovandosi il sito prescelto nel mezzo d’una vasta regione insalubre e paludosa (basti pensare che per la costruzione della cattedrale di Sant’Isacco, dove si battezzavano gli zar, si dovette stabilizzare il terreno con 24.000 tronchi d’albero), si riflette l’ambizione e la lungimiranza di Pietro, che volle consacrare, con la creazione dal nulla d’una nuova capitale protesa verso l’Occidente, l’ascesa della Russia al rango di grande potenza europea. Con la pace di Nystad (1721) si concluse infatti la Grande Guerra del Nord (1700-1721) che sancì il tramonto della Svezia, condannata a una posizione marginale nello scacchiere europeo, e il coronamento dei progetti di Pietro I, che acquisì per la Russia l’agognata egemonia sul Mar Baltico, accompagnata dall’assegnazione in “perpetuo dominio” di Estonia, Ingria, Livonia e la città di Vyborg.

L’intera parabola di Pietro il Grande, fondatore della città, appare segnata da una duplice tendenza. Da un lato è evidente l’irrefrenabile slancio verso l’innovazione, che gli attirò critiche e ostilità, addirittura l’incomprensione e l’inimicizia del figlio, lo zarevic Alessio, morto nel 1718 dopo essersi fatto coinvolgere in un complotto contro il padre dai contorni mai del tutto chiariti, ma che gli consentì di dotare la Russia, ormai estesa nei suoi confini sino alle estreme regioni orientali del continente asiatico, di ciò che le mancava per proiettarsi a pieno titolo nel novero delle grandi potenze, dalla creazione d’una flotta militare al riassetto dell’esercito sino alla riorganizzazione di interi settori dell’apparato statale e della società secondo criteri di “modernità” occidentale.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

La cattedrale di San’Isacco a San Pietroburgo

Dall’altro lato il desiderio di innovare, che non si proponeva di rinnegare il passato, ma di perseguire maggiore efficienza a beneficio dello Stato, non fu mai scevro da una solida consapevolezza delle radici della cultura e dello spirito russo. Le riforme attuate da Pietro, che traevano ispirazione da modelli occidentali e che vennero considerate dagli oppositori come un tradimento del modus vivendi russo, furono però sempre volte all’obiettivo di assicurare alla Russia un ruolo preminente sul palcoscenico internazionale: l’idea della grandezza russa fu il lume che guidò in ogni circostanza l’azione dell’imperatore.

Pietro fu “grande” per le doti di realizzatore, che posero le premesse per l’ascesa della Russia nel consesso delle potenze mondiali, ma anche per l’imponenza fisica, dato che superava i due metri d’altezza. Egli, rimasto traumatizzato appena decenne dalla sanguinosa rivolta degli Strelizzi, che nel 1682, per questioni successorie, riversarono la loro rabbia contro l’entourage della zarina Natalia Naryshkin, madre di Pietro, asserragliata con i figli nel Cremlino, sviluppò un temperamento che alternava eccessi di accanimento verso quanti lo ostacolavano (nel punire il figlio, il manipolabile zarevic Alessio, fu spietato) a slanci di autentico altruismo (la sua morte, nel gennaio 1725, avvenne per le conseguenze d’un tuffo nelle acque gelate del lago Ladoga per salvare un gruppo di persone in difficoltà).

La riconoscenza dei Russi verso il grande imperatore rimase sempre viva e si rinvigorì con il ritorno alla normalità democratica dopo il periodo sovietico. Quando il partito cui apparteneva conquistò il municipio di San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin, pietroburghese di nascita, compì un atto dall’alta valenza simbolica: fece rimuovere dalla stanza del sindaco il ritratto di Lenin per sostituirlo con quello di Pietro Il Grande, evidenziando con questo gesto la volontà di recuperare il legame con le radici più profonde della storia russa, che gli anni oscuri del Bolscevismo avevano tentato di spezzare.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Il prospetto principale del palazzo d’Inverno sul lato nord della piazza del Palazzo

La coesistenza di slancio innovatore e fedeltà allo spirito russo, osservabile nella personalità di Pietro, si riverbera nella sua “creatura”, San Pietroburgo, protesa verso Occidente non solo per la posizione geografica, ma anche per l’aspetto di molte chiese e palazzi, plasmati da una schiera di architetti occidentali reclutati da Pietro e dai successori per configurare il volto di una capitale dai tratti “europeizzanti”. Il primo fu Domenico Trezzini, ticinese, che lavorò quasi da solo per dieci anni, dal 1704 al 1713, progettando dal nulla una città che nel volgere di vent’anni avrebbe accolto settantamila abitanti. Seguirono architetti tedeschi, olandesi, italiani, francesi, che modellarono gli edifici con una singolare commistione di stili, gusti e forme che rivelava la loro diversa provenienza e matrice culturale.

Ogni imperatore ebbe poi il suo architetto favorito: con la zarina Elisabetta (Elizaveta Petrovna), figlia di Pietro, che fu al potere dal 1741 al 1762, s’impose il fiorentino Bartolomeo Francesco Rastrelli, creatore del “barocco rastrelliano”, noto anche come “barocco elisabettiano”, originale mélange di elementi occidentali e tradizionali russi, che, con il sapiente dosaggio della policromia, sapeva riequilibrare le grandi scale degli edifici, dotati di lunghi fronti scanditi dall’alternanza di semicolonne, finestre, paraste, telamoni, e interni sfarzosi, con gran profusione di stucchi, specchi e giochi di luce. Tra le realizzazioni pietroburghesi, ricordiamo il palazzo d’Inverno, affacciato sul lato nord della scenografica piazza del Palazzo, fulcro del potere imperiale, e il monastero Smol’nyj, fondato nel 1748 per l’accoglienza e l’educazione delle orfane. Il palazzo d’Inverno, ricostruzione elisabettiana d’un edificio risalente ai tempi di Pietro, accoglie oggi la parte più monumentale del prestigioso museo Ermitage.

Nel 1763 l’imperatrice Caterina II la Grande che, contrariamente a Elisabetta, non amava il barocco, congedò il Rastrelli, dando il via a una fase di transizione verso il neo-classicismo, stile prediletto dall’imperatrice, di cui sarà campione il bergamasco Carlo Quarenghi, massimo interprete del Palladio (neo-palladianesimo). Dal 1819 con gli zar Alessandro I e Nicola I brillò la stella di Carlo Rossi che lavorò in un contesto urbano già definito nella sua fisionomia, con l’impostazione triradiale del tessuto viario e i sontuosi edifici della nobiltà, in prevalenza barocchi, allineati lungo gli anelli di canali che attraversano il centro.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Lungo il canale Griboedov si staglia la cattedrale della Resurrezione, eretta per ordine di Alessandro III sul luogo dell’attentato a Alessandro II

Il Rossi lasciò la sua impronta sia nell’armonizzazione razionale di interventi isolati realizzati dai predecessori, sia in progetti dialoganti con la città storica, come l’immenso emiciclo dello Stato Maggiore che rimodella il fronte sud della piazza del Palazzo e che s’interrompe nel monumentale arco trionfale aperto dal Rossi, in memoria della vittoria russa del 1812 contro Napoleone, in corrispondenza della strada d’accesso ideata per collegare la prospettiva Nevskij con il palazzo d’Inverno.

La tradizione architettonica russa, reinterpretata, riemerse con forza nel corso dell’Ottocento, anche come reazione al neoclassicismo, sfociando nell’elaborazione d’uno stile eclettico detto “pseudo-russo”, di cui la realizzazione più celebre è la chiesa della Resurrezione (1883-1907), ispirata alla cattedrale moscovita di San Basilio, nota anche come chiesa del Salvatore sul Sangue Versato perché costruita sul luogo dell’attentato che costò la vita all’imperatore Alessandro II nel 1881.

La fondazione di San Pietroburgo, finestra sull’Occidente, indicava la volontà di tracciare nuovi percorsi di sviluppo per la Russia, erede dell’identità bizantina e protesa verso l’Asia, ma ciò non avvenne spezzando il legame con il passato, bensì in continuità con esso: anche dopo il trasferimento della corte, avvenuto nel 1712, e il trasloco di gran parte della nobiltà moscovita, obbligata a prender casa nella nuova capitale, abbellita da sfarzose residenze affacciate sulla Neva o allineate lungo la prospettiva Nevskij, le cerimonie d’incoronazione degli zar continuarono a svolgersi a Mosca nell’antica cattedrale della Dormizione.

 
Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Veduta della cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, capolavoro del Trezzini

Anche nella scelta del sito in cui fondare la città, sul delta della Neva, si mescolarono ragioni strategiche e simboliche. Il primo nucleo della città sorse nel 1703 come avamposto fortificato contro gli Svedesi su una piccola isola alla foce della Neva: qui Domenico Trezzini progettò una fortezza con cinta bastionata che corre lungo il perimetro insulare e che accoglie al suo interno l’imponente cattedrale dei Santi Pietro e Paolo, capolavoro dello stesso Trezzini.

La chiesa, che segna il panorama urbano con la sua altissima guglia d’aspetto nordicizzante sormontata da una sfera dorata con angelo portacroce, venne destinata a sepolcreto dinastico dei Romanov, con le tombe di 33 membri della dinastia imperiale. All’interno si trova una cappella in cui dal 1998 riposano i resti mortali identificati come appartenenti all’ultimo imperatore, Nicola II, alla famiglia, al medico e ai fedeli servitori, assassinati dai Bolscevichi nel luglio 1918 a Ekaterinburg e in seguito fatti a pezzi con asce e coltelli, sfigurati con l’acido solforico e dati alle fiamme per impedirne il riconoscimento.

Come si è detto le ragioni strategiche s’intrecciano con richiami simbolici. Proprio in questo punto, alla foce della Neva, uno degli eroi del patriottismo russo, venerato come santo dalla Chiesa ortodossa, il principe Aleksandr di Novgorod, detto Nevskij, aveva sbaragliato nel 1240 gli invasori svedesi, prefigurando l’impresa di Pietro il Grande contro la Svezia di re Carlo XII. Nella geografia urbana di San Pietroburgo l’omaggio alla memoria del principe, che unisce i tratti del principe guerriero a quelli dell’uomo devoto, fattosi monaco nel 1263 e proiettato in una dimensione di santità (Pietro Il Grande preferì porre l’accento sulle virtù militari, tanto che proibì nelle icone di rappresentarlo nelle vesti di monaco, ma solo di soldato), si rispecchia nella prospettiva Nevskij, la monumentale arteria stradale che dopo quasi 5 chilometri di percorso raggiunge il monastero dedicato a Sant’Aleksandr Nevskij, sorto nel 1713 per volontà di Pietro il Grande.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Ritratto fotografico dell’imperatore Nicola II Romanov

Tra gli edifici di maggiore evidenza simbolica nel centro di San Pietroburgo vi è il palazzo dell’Ammiragliato, tra la piazza del Palazzo e la piazza del Senato (nota anche come piazza dei Decabristi in memoria dei moti decabristi del 1825), oggi sede della Scuola Superiore della Marina da guerra, visibile quasi da ogni punto della città per la sua altissima guglia dorata. Il monumentale aspetto neoclassico, frutto della ricostruzione compiuta tra 1806 e 1823 del preesistente edificio voluto da Pietro il Grande nel 1711 e distrutto da un incendio, e la posizione al centro della città, nel punto di convergenza del cosiddetto Tridente, formato dai tre assi viari principali, la prospettiva Nevskij, la via dell’Ammiragliato e la via dell’Ascensione, rendono d’immediata evidenza l’importanza fondamentale attribuita da Pietro I allo sviluppo della flotta militare, di cui San Pietroburgo divenne il centro principale.

Partendo dalla constatazione che “un sovrano ha due mani soltanto se possiede un esercito e una flotta”, l’imperatore fu determinato nel perseguire i due obiettivi, il potenziamento dell’esercito e l’organizzazione d’una marina militare, indispensabile per competere con le grandi potenze europee. Dopo la presa del potere, avvenuta nel 1689 alla morte del fratellastro Ivan V, con cui aveva condiviso dal 1682 il titolo di zar, e seguita alla reclusione in convento della sorellastra Sofia, che perse così la reggenza dello Stato, nel 1697 Pietro, allo scopo di migliorare le proprie competenze nella cantieristica navale, intraprese un lungo viaggio in Occidente, noto come la “Grande Ambasceria”, tra Prussia, Olanda, Inghilterra, presentandosi come un semplice diplomatico. Tornato in patria nel 1698 per stroncare una nuova sollevazione degli Strelizzi, dopo aver punito i responsabili e sciolto l’antico corpo di arcieri creato da Ivan il Terribile, dedicò il proprio tempo a mettere in pratica ciò che aveva appreso. Gli sforzi di Pietro, dopo la grande vittoria di Poltava in Ucraina del 1709, trovarono coronamento nella battaglia navale di Hangö del 1714 che vide la flotta russa sbaragliare la marina svedese, sino ad allora ritenuta invincibile.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Facciata del teatro Aleksandrinskij, costruito nel 1832 su disegno di Carlo Rossi

Sul lato ovest della piazza del Senato, che accoglie al centro la statua equestre di Pietro il Grande, sorgono i due palazzi del Senato e del Sacro Sinodo, ideati da Carlo Rossi. La presenza tra gli edifici istituzionali di un palazzo del Sinodo si lega alla già sottolineata coesistenza nell’opera di Pietro I di tendenze innovatrici e continuità con la tradizione, aspetti in apparenza contraddittori, ma che vanno letti alla luce della linea ispiratrice dell’azione petrina, il patriottismo russo e la consapevolezza della missione imperiale della Russia, che aveva preso il posto di Bisanzio come erede della tradizione romana e custode della Cristianità ortodossa.

Pietro intraprese una serie di azioni in coerenza con l’ideologia della “Terza Roma”, concetto elaborato tra XV e XVI secolo quando i gran principi di Moscovia, rappresentandosi come eredi di Costantinopoli, occupata dai Maomettani, e di Roma, caduta nell’errore prima di Bisanzio, assunsero su di sé il compito messianico di proteggere l’Ortodossia cristiana. Sullo scacchiere internazionale, in sintonia con questa tradizione ideologica, la Russia si atteggiò a protettrice delle minoranze cristiane dell’impero ottomano, con i tentativi (non riusciti) di Pietro di convincere il Sultano turco a concedere la libertà religiosa ai popoli ortodossi sottomessi. In particolare le genti balcaniche, di stirpe salava e fede ortodossa, guardarono con sempre maggior forza alla Russia, di cui accettavano la supremazia religiosa, come grande potenza che li avrebbe alla fine liberati dal giogo musulmano.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Edificio in stile eclettico lungo la monumentale prospettiva Nevskij

Sul fronte interno, ispirandosi al cesarismo bizantino, con l’idea dell’origine sacra e autocratica del potere imperiale, derivato da Dio, e la predominanza del basileus sull’istituzione religiosa (l’imperatore bizantino poteva eleggere o deporre il patriarca), Pietro perseguì l’obiettivo di sottoporre la Chiesa ortodossa russa al controllo dello stato: morto nel 1700 Adriano, patriarca di Mosca e di tutta la Russia, impedì l’elezione di un successore, lasciando vacante la carica e collocando infine al vertice della Chiesa, a partire dal 1721, un organo collegiale, una sorta di ministero per gli affari della Chiesa, il “Santo sinodo dirigente”, che ebbe appunto sede nel palazzo del Sinodo e che era diretto da un procuratore superiore, intermediario laico tra i membri del sinodo stesso e l’imperatore, di cui si riconosceva la preminenza anche nella sfera religiosa.

Tale scelta, pur coerente con le premesse ideologiche, fu però percepita, insieme con le altre riforme attuate dall’imperatore, come un atto di rottura con la tradizione russa. Pietro trasferì il titolo di “Terza Roma” da Mosca a San Pietroburgo, ma i più conservatori non solo osteggiarono le innovazioni, accusandole di contaminare la purezza dei costumi russi, ma respinsero anche quest’idea, perché si faticava nel vedere la “Terza Roma”, rango in origine spettante a Mosca, in una città dalla forte impronta “europeizzante” come San Pietroburgo. Questo contrasto originò due posizioni contrapposte, che riflettevano i diversi atteggiamenti nei confronti delle novità esterne, gli occidentalisti, favorevoli alle riforme di Petro, intese come necessarie per rafforzare la Russia, e gli slavofili, fedeli alle pratiche antico-russe e contrari alle influenze europee.

La seconda corrente sfociò nell’Ottocento nel pensiero “panslavista”, che esaltava le comuni radici identitarie dei popoli slavi affidando alla Russia la missione storica di “federarli” sotto un’unica autorità. A questo pensiero, che legittimò la guerra condotta dalla Russia contro l’impero ottomano, aderì il grande scrittore russo Dostoevskij, di cui si conserva a San Pietroburgo la Casa-Museo, allestita nell’ultimo degli appartamenti preso in affitto dal romanziere in città.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Vassoio con simbologia imperiale legata ai Romanov – Museo Fabergé

Nei disegni petrini la sua creatura, San Pietroburgo, era dunque la “Terza Roma”, in luogo di Mosca, ma senz’altro la città, poco somigliante all’antica Bisanzio, rivelava piuttosto influenze occidentali e conteneva non pochi richiami alla Roma latina, sia simbolici, come alcuni elementi araldici confluiti nello stemma cittadino, sia architettonici, evidenti ad esempio nella cattedrale di Nostra Signora di Kazan’ sorta tra 1801 e 1811 lungo la prospettiva Nevskij per ospitarvi le cerimonie degli zar, soprattutto i matrimoni (ma non i battesimi, che si tenevano in Sant’Isacco, né i funerali, riservati alla cattedrale dei Santi Pietro e Paolo). La chiesa, nonostante lo zar Paolo I avesse incaricato volutamente architetti russi e imposto l’uso di materiali russi, è una citazione della basilica vaticana di San Pietro, con la riproduzione in scala minore del colonnato berniniano.

L’interno della cattedrale, oltre alla tomba del generale Kutuzov, vincitore di Napoleone, custodisce una copia commissionata nel 1721 da Pietro il Grande della venerata icona della Madre di Dio di Kazan’ il cui originale, di fattura bizantina, riapparve secondo la tradizione nel 1579 nella città tatara di Kazan’, conquistata da Ivan il Terribile. L’effigie, venerata come “Liberatrice della Russia”, vessillo delle vittorie contro gli Svedesi e Napoleone, divenne l’icona di famiglia degli zar, tanto che l’ultimo imperatore, Nicola II, le consacrò la salvezza dello stato nel 1918, poco prima d’essere arrestato. Dell’icona di San Pietroburgo, così come del prototipo e delle altre copie, si persero le tracce dopo la Rivoluzione, distrutte dai Bolscevichi o vendute da contrabbandieri in Europa. Nel 2004 una copia dell’icona, giunta in Vaticano nel 1993, che accurate perizie datarono al principio del Settecento, venne restituita con cerimonia solenne al patriarca Alessio II per volere di papa Giovanni Paolo II. La Madonna alla fine prevalse sulla furia iconoclasta dei Bolscevichi, confermando le parole dello scrittore marxista Maksim Gor’kij, costretto a riconoscerle il ruolo di “nemico invincibile dell’ateismo” comunista.

Tra le innovazioni più curiose attuate da Pietro I vi fu la misura che, di pari passo con la modernizzazione dell’abbigliamento, imponeva il taglio delle barbe. Nel 1698, tornato dal viaggio in Occidente, obbligò prima i boiari e poi tutti i sudditi russi, fatta eccezione per contadini e uomini di Chiesa, a radersi le lunghe barbe, che venivano portate per un’antica usanza russa, non scevra da implicazioni religiose. Già l’anno successivo si attenuò l’impatto del provvedimento, permettendo l’esenzione dall’obbligo del taglio dietro pagamento d’una tassa pari a 50 rubli, il cui assolvimento era comprovato dalla consegna d’una medaglia recante la dicitura “la barba è un ornamento ridicolo”. Sul fronte religioso, un altro segno dell’interventismo petrino negli affari della Chiesa fu la riforma del calendario: abrogata la consuetudine acquisita dai Bizantini di calcolare gli anni dalla presunta data di creazione del mondo (5509 a.C.) la si sostituì con il metodo di calcolo occidentale, a far data dalla nascita di Cristo. Rimase però una discrepanza di qualche giorno, ancor oggi esistente, perché Pietro non adottò il calendario gregoriano in vigore in gran parte d’Europa, bensì quello giuliano (ancor oggi in Russia il Natale ricorre il 7 gennaio). Inoltre stabilì che l’anno cominciasse non dal 1° settembre, ma dal 1° gennaio.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Veduta di palazzo Jusupov, lungo il fiume Moika. Qui nel dicembre 1916 fu assassinato Rasputin

Tra le tante sontuose residenze della nobiltà russa che abbelliscono San Pietroburgo, citiamo il monumentale palazzo Jusupov, sia per il prestigio dei proprietari, i principi Jusupov, discendenti d’un’antica famiglia tatara che, dopo il disfacimento dell’Orda d’Oro, si russificò legandosi agli zar, sia per i drammatici eventi che ebbero luogo nelle sue sfarzose stanze poco prima dello scoppio della Rivoluzione del 1917, in particolare l’assassinio di Rasputin. Al Museo Russo è esposto un ritratto di Feliks Jusupov eseguito dal pittore Valentin Serov quando il principe aveva sedici anni: fu proprio Feliks, unitosi in matrimonio nel 1914 con una nipote dello zar Nicola II, a passare alla storia come il brutale assassino di Rasputin. Per via delle straordinarie doti di mistico e guaritore, Grigorij Rasputin, il “monaco folle” com’era chiamato a San Pietroburgo, fece il suo ingresso a corte nel 1905 e da quel momento esercitò un’influenza da molti guardata con sospetto sulla zarina Aleksandra Feodorovna, persuadendola che, con l’imposizione delle mani, sarebbe riuscito a salvaguardare lo zarevic Alessio, affetto da emofilia, da fatali emorragie.

L’ingerenza di Rasputin nelle decisioni politiche, giunta al punto da condizionare la nomina e la destituzione dei ministri, soprattutto in un momento di grave difficoltà per la Russia, suscitò crescenti ostilità verso di lui, ma nella pianificazione dell’omicidio da parte del principe Jusupov, supportato da altri nobili, pare abbiano pesato anche altre considerazioni, come l’allontanamento dalla corte imperiale del padre e della madre di Feliks, rei di aver rimproverato la coppia imperiale per l’eccessivo potere concesso al guaritore, che fu anche accusato d’esser membro della setta siberiana dei Chlysty, originata da una mescolanza di elementi cristiani con pratiche pagane e orgiastiche. Nella notte tra 16 e 17 dicembre 1916 (calendario giuliano) Jusupov e un gruppo di complici attirarono con un pretesto Rasputin nei sotterranei del palazzo, somministrandogli del veleno.

Il monaco ne fu solo stordito: venne allora colpito da tre colpi di pistola e, non ancora sopraffatto, preso a bastonate e gettato in un buco praticato nella Neva ghiacciata. Oltre alla versione riportata e confermata dallo stesso Jusupov, esiste poi un’altra ipotesi, su cui si sofferma ad esempio Andrew Cook nel libro “To kill Rasputin”, che prospetta una responsabilità inglese nell’assassinio di Rasputin, visto con sospetto perché da sempre ostile al coinvolgimento della Russia nella Prima Guerra Mondiale (nel 1914, come riportato in Victor Alexandrov, The End of the Romanovs, scrisse in un telegramma “Se la Russia va in guerra, sarà la fine della monarchia, dei Romanov e delle istituzioni russe”) e favorevole a una pace separata con la Germania.

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Reggia di Peterhof – Il canale marittimo, che collega la fontana di Sansone, dedicata alla vittoria di Poltava sugli Svedesi (1709), al golfo di Finlandia

San Pietroburgo, pensata e costruita come una capitale dell’assolutismo imperiale, venne plasmata nell’arco di due secoli da una schiera di architetti chiamati a modellarne il volto. Similmente a Torino, sede delle corte sabauda, che raggiunse l’apice dello splendore architettonico nel corso del Settecento, si svilupparono attorno alla città-capitale una corona di residenze imperiali, luoghi di svago, di villeggiatura e di soggiorno estivo.

Tra le più famose spicca la reggia di Peterhof, affacciata sulle rive del golfo di Finlandia, voluta da Pietro il Grande, che seguì i lavori sino all’inaugurazione nel 1723, come residenza estiva in grado di competere con Versailles e celebrata per le centoquaranta fontane e i fantasiosi giochi d’acqua, alcuni progettati dallo stesso Pietro (che era amante degli scherzi, tanto da nominare “principe” il suo cane da guardia Romodanovski, facendogli tributare gli onori del rango). La residenza riportò pesanti danneggiamenti durante l’occupazione tedesca (le truppe naziste vi stabilirono per tre anni il quartier generale), che nel 1941 raggiunse le porte dell’allora Leningrado, imponendo l’assedio alla città per 871 giorni, senza riuscire a vincerne la resistenza.

A una trentina di chilometri a sud di San Pietroburgo si ammira invece lo splendido complesso architettonico e paesaggistico di Carskoe Selo, il Villaggio degli Zar, ribattezzato Pushkin nel 1937 in omaggio al celebre poeta russo, che qui vi aveva trascorso alcuni anni frequentando in gioventù il Liceo Imperiale (Pushkin morì nel 1837 per le ferite riportate sfidando a duello l’ufficiale francese D’Anthès, che il poeta, messo in guardia da una lettera anonima nota come il “Diploma del cornuto”, sospettava d’intrattenere una relazione clandestina con la bellissima moglie Natal’ja).

Paolo Barsotto. Appunti di viaggio in Russia: San Pietroburgo

Pushkin (Carskoe Selo) – la Reggia di Caterina, con gli esterni in stile barocco elisabettiano

Il complesso, la cui costruzione venne avviata nel 1710 da Caterina, seconda moglie di Pietro il Grande e futura imperatrice come Caterina I, assunse però le sembianze attuali con l’imperatrice Elisabetta, che nel 1752 vi chiamò a lavorare Rastrelli, trasformando la Reggia, detta poi di Caterina, capolavoro del rococò, in residenza estiva abituale della famiglia e sede privilegiata dei ricevimenti diplomatici, e con i successori, l’imperatrice Caterina II e l’imperatore Alessandro I, che privilegiarono invece gli interventi in stile neo-classico, particolarmente evidenti nella Reggia di Alessandro, con il palazzo realizzato per Caterina II da Giacomo Quarenghi tra il 1792 e il 1796.